Scarpe da running professionali su pavimentazione italiana, dettaglio tecnico dell'ammortizzazione e della suola
Pubblicato il Marzo 11, 2024

Contrariamente a quanto si pensa, il dolore durante la corsa non dipende dalla sfortuna, ma da un errore diagnostico: trattare la scarpa come un accessorio di moda e non come un presidio medico per il proprio assetto posturale.

  • La maggior parte degli infortuni al ginocchio e all’anca deriva da un appoggio del piede scorretto (pronazione/supinazione) non compensato dalla calzatura.
  • Una scarpa usurata perde gran parte della sua capacità di assorbire gli shock, trasferendo micro-traumi ripetuti direttamente alla colonna vertebrale.

Raccomandazione: La chiave è eseguire un’autodiagnosi del proprio appoggio e riconoscere i segnali di usura della scarpa prima che questa causi danni silenti e a lungo termine.

Da fisioterapista sportivo, vedo ogni giorno atleti, amatori e semplici camminatori urbani che lamentano dolori a ginocchia, anche e schiena. Spesso, la causa non è un movimento sbagliato o un eccesso di allenamento, ma un nemico silenzioso che indossano ai piedi. La scelta di una scarpa da running o sportiva viene troppo frequentemente guidata dall’estetica, dal brand o dal prezzo, ignorando il suo ruolo fondamentale: quello di un vero e proprio presidio medico-sportivo. La calzatura non è un semplice accessorio, ma l’interfaccia tra il nostro corpo e le forze d’impatto generate a ogni passo, specialmente sui terreni duri delle nostre città.

Molti si concentrano su aspetti generici come l’ammortizzazione, senza comprendere i meccanismi biomeccanici che governano il nostro movimento. Si pensa che una suola più morbida sia universalmente migliore o che una scarpa valga l’altra per una semplice passeggiata. La realtà è che ogni piede ha una sua meccanica, un suo “assetto” che, se non supportato correttamente, può innescare una catena di compensazioni posturali dannose. Un appoggio scorretto del piede, per esempio, non causa solo problemi locali come la fascite plantare, ma costringe ginocchio, anca e persino la colonna vertebrale a lavorare in modo disallineato, portando a infiammazioni e usura cronica.

Questo articolo non sarà l’ennesima lista di “migliori scarpe”. Il mio obiettivo è fornirvi gli strumenti diagnostici di un fisioterapista per analizzare voi stessi. Imparerete a decifrare il linguaggio del vostro corpo e delle vostre vecchie scarpe per capire di cosa avete realmente bisogno. Invece di seguire la moda, seguiremo la scienza della biomeccanica per trasformare la vostra prossima scarpa in un alleato per la vostra salute, non nella causa del vostro prossimo infortunio.

In questa guida approfondita, analizzeremo punto per punto come una scelta consapevole della calzatura sportiva possa diventare la vostra prima linea di difesa contro gli infortuni. Scoprirete un approccio basato sulla diagnosi e sulla prevenzione per correre e camminare in sicurezza.

Perché conoscere se sei pronatore o supinatore salva le tue ginocchia?

Comprendere il proprio tipo di appoggio non è un dettaglio per runner professionisti, ma il fondamento della prevenzione. La pronazione (la naturale rotazione del piede verso l’interno dopo l’impatto al suolo) e la supinazione (la rotazione verso l’esterno) sono movimenti fisiologici. Diventano un problema quando sono eccessivi: iperpronazione o ipersupinazione. Un appoggio non neutro altera l’intera catena cinetica: il disallineamento del piede si trasmette alla tibia, che ruota in modo anomalo, costringendo l’articolazione del ginocchio a lavorare fuori asse. Questo stress ripetuto migliaia di volte durante una corsa è una delle cause primarie della sindrome della bandelletta ileotibiale e di altri dolori femoro-rotulei. Secondo gli studi, circa il 60% dei runner subisce infortuni legati a un inefficace assorbimento degli urti, spesso causato da una scarpa non adatta al proprio tipo di appoggio.

Le scarpe da running si dividono principalmente in categorie basate su questo principio: neutre (A3), stabili (A4, per iperpronatori) e ammortizzate (per supinatori o appoggio neutro su lunghe distanze). Scegliere una scarpa stabile quando si è supinatori, o viceversa, non solo è inutile, ma dannoso: si forza il piede a un movimento innaturale, peggiorando il problema. Per questo, una diagnosi dell’appoggio è il primo passo non negoziabile.

Osservare l’usura della suola delle vostre vecchie scarpe è un ottimo primo indicatore. Un consumo accentuato sul bordo interno è tipico dell’iperpronatore, mentre un consumo sul bordo esterno indica un supinatore. Una corretta analisi, però, permette di scegliere una calzatura che agisca come un tutore dinamico, guidando il piede verso un movimento più neutro e proteggendo le articolazioni a monte.

Il tuo piano d’azione: autodiagnosi dell’appoggio del piede

  1. Test dell’impronta bagnata: Bagnate la pianta del piede e poggiatela su un foglio di carta scuro o cartone. Un’impronta piatta indica iperpronazione, un’impronta con un arco molto accentuato e sottile indica supinazione.
  2. Analisi dell’usura della suola: Prendete le vostre scarpe più usate e mettetele su un tavolo. Osservate da dietro: un’inclinazione verso l’interno segnala iperpronazione, verso l’esterno supinazione.
  3. Valutazione dinamica: Chiedete a qualcuno di filmarvi al rallentatore mentre correte su un tapis roulant, inquadrando i piedi da dietro. Analizzate se il piede cede marcatamente verso l’interno o l’esterno al momento del contatto col suolo.
  4. Confronto con i sintomi: Soffrite di dolori all’interno del ginocchio o alla tibia (periostite tibiale)? Potreste essere iperpronatori. Dolori alla caviglia o alla bandelletta ileotibiale? Potreste essere supinatori.
  5. Consulto specialistico: Per una diagnosi definitiva, rivolgetevi a un negozio specializzato con analisi baropodometrica dinamica o a un fisioterapista sportivo.

Come evitare le vesciche quando indossi scarpe sportive nuove per una gara?

Le vesciche sono il risultato di tre fattori combinati: calore, umidità e, soprattutto, attrito. Una scarpa nuova, per quanto tecnologicamente avanzata, non è ancora modellata sulla forma unica del nostro piede. La tomaia è più rigida e i punti di pressione non sono ancora assestati. Utilizzarla per la prima volta in una gara o per una lunga corsa è la ricetta perfetta per un disastro. L’errore più comune è non concedere alla scarpa (e al piede) un periodo di adattamento graduale. Questo processo, chiamato “rodaggio”, permette al materiale della tomaia di ammorbidirsi e al piede di creare dei micro-adattamenti, riducendo i punti di frizione.

Un altro aspetto cruciale è la gestione dello spazio interno. Molti runner, per paura di una calzata “lenta”, scelgono scarpe troppo precise. Invece, è consigliabile lasciare circa un centimetro (lo spazio di un pollice) tra la punta dell’alluce e la fine della scarpa. Durante la corsa, il piede tende a gonfiarsi e ad allungarsi leggermente; questo spazio extra previene l’urto delle dita contro la punta e riduce la pressione generale. La scelta della calza è altrettanto importante: il cotone trattiene il sudore, aumentando l’umidità e l’attrito. Calze tecniche in fibre sintetiche (come poliestere o poliammide) o lana merino allontanano il sudore dalla pelle, mantenendo il piede più asciutto e riducendo drasticamente il rischio di vesciche.

Studio di caso: la tecnica “Heel Lock” per azzerare lo sfregamento

Molti runner notano la presenza di un ultimo occhiello extra, posizionato più in alto e arretrato, senza conoscerne l’uso. Questa non è una scelta estetica, ma una funzione tecnica fondamentale. La tecnica di allacciatura “Heel Lock” (o nodo del corridore) utilizza questo occhiello per creare un anello su entrambi i lati, in cui far passare il laccio opposto prima di stringere. Come dimostra un’analisi di esperti di biomeccanica della corsa, questo sistema crea una “morsa” sicura attorno al collo del piede e alla caviglia, bloccando il tallone all’interno della conchiglia posteriore della scarpa. Ciò impedisce i micro-scivolamenti verticali e orizzontali del piede, specialmente in discesa, che sono la causa principale dell’attrito che genera vesciche e unghie nere.

Infine, la prevenzione attiva è fondamentale. L’applicazione di creme anti-sfregamento a base di vaselina o stick specifici nei punti critici (tallone, lato dell’alluce, dita) prima di ogni corsa crea una barriera protettiva invisibile che può fare la differenza tra una corsa piacevole e un calvario.

Gomma morbida o suola rigida: quale tecnologia serve per camminare tutto il giorno a Roma?

Camminare per ore sui sanpietrini del centro di Roma, sui lastricati di Firenze o sui basolati di Napoli sottopone il nostro sistema muscolo-scheletrico a uno stress unico. Queste superfici, a differenza dell’asfalto liscio, sono irregolari e implacabili. Ogni passo genera un impatto ad alta frequenza che si propaga dal piede fino alla colonna vertebrale. In questo contesto, la tecnologia della scarpa non è un lusso, ma una necessità. L’errore comune è confondere “morbidezza” con “protezione”. Una gomma eccessivamente morbida può dare una sensazione iniziale di comfort, ma può risultare instabile su superfici sconnesse e perdere la sua capacità di assorbimento dopo poche ore. La chiave è un’ammortizzazione reattiva e strutturata, capace di dissipare l’energia dell’impatto senza collassare.

Su strada è generalmente consigliabile avere un’ammortizzazione ottimale per due motivi: corri su terreno duro come bitume, acciottolato, lastre e richiedi lo stesso supporto a intensità costante.

– Decathlon, Guida alla scelta dell’ammortizzazione delle scarpe da corsa

Per camminare tutto il giorno, non serve una suola rigida da trail running, progettata per proteggere da rocce appuntite, ma nemmeno una “pantofola” senza struttura. La soluzione ideale è una scarpa da running per lunghe distanze su strada (categoria “maximalist” o A3 ad alta ammortizzazione). Queste scarpe utilizzano mescole in EVA (Etilene Vinil Acetato) o TPU (Poliuretano Termoplastico) a diversa densità, progettate per offrire un equilibrio perfetto tra assorbimento degli urti e ritorno di energia. Un’intersuola alta e una geometria “rocker” (a dondolo) aiutano a fluidificare la transizione tacco-punta, riducendo il lavoro a carico di polpacci e tendine d’Achille, un vantaggio enorme dopo chilometri di camminata.

La rigidità torsionale della scarpa è un altro fattore da non sottovalutare. Una scarpa che si piega troppo facilmente in ogni direzione non offre supporto all’arco plantare. Per un contesto urbano come Roma, è necessaria una scarpa che sia flessibile nel punto giusto (sotto l’avampiede) ma stabile nella parte centrale e posteriore, per guidare il piede e prevenire affaticamento e dolori.

L’errore di correre con scarpe vecchie che causa micro-traumi alla schiena

La maggior parte dei runner e dei camminatori commette un errore di valutazione fondamentale: giudica lo stato di una scarpa dal suo aspetto esteriore. La tomaia può sembrare ancora in buone condizioni, ma il vero invecchiamento avviene all’interno, nell’intersuola, il cuore ammortizzante della calzatura. Questo strato di schiuma (solitamente EVA) è progettato per comprimersi e dissipare le forze d’impatto. Con l’uso, l’EVA perde progressivamente la sua elasticità e la sua capacità di ritornare alla forma originale. Una scarpa “scarica” può aver perso fino al 40% del suo potere ammortizzante, anche se esternamente appare integra.

Correre o camminare con scarpe usurate trasferisce queste forze d’impatto direttamente al nostro corpo. Il piede, la caviglia e la tibia subiscono uno shock maggiore, ma l’effetto più insidioso si manifesta più in alto. La colonna vertebrale, in particolare il tratto lombare, agisce come un ammortizzatore secondario. Quando quello primario (la scarpa) smette di funzionare, la schiena è costretta a un superlavoro. Questo provoca micro-traumi silenti ai dischi intervertebrali e alle faccette articolari, che nel tempo possono evolvere in lombalgia cronica, sciatalgia o altre patologie degenerative. Molti non collegano il loro mal di schiena persistente alle loro vecchie scarpe da ginnastica, ma il nesso causale è diretto e scientificamente provato.

Gli esperti del settore concordano sul fatto che una scarpa da running andrebbe sostituita tra i 600 e gli 800 km percorsi, a volte fino a 1000 km per modelli più strutturati. Tuttavia, questo è solo un dato indicativo, poiché la durata effettiva dipende da numerosi fattori.

Fattori che influenzano la durata delle scarpe da running
Fattore Impatto sulla durata Dettagli
Superficie di corsa Alto Asfalto e cemento consumano più velocemente rispetto a pista o sterrato
Peso del runner Molto alto Runner pesanti consumano le scarpe più rapidamente
Stile di corsa Medio-alto Heel striker (attacco con tallone) devono sostituire le scarpe più spesso
Frequenza di utilizzo Alto Oltre 3 sessioni/settimana: alternare 2 paia di scarpe
Condizioni climatiche Medio Temperature estreme (caldo/freddo) accelerano il deterioramento

Alternare due paia di scarpe non solo ne prolunga la vita, ma permette all’intersuola di “riposare” e decomprimersi completamente tra un utilizzo e l’altro, mantenendo più a lungo le sue proprietà ammortizzanti.

Quando usare l’ozono per eliminare i batteri dalle scarpe da palestra?

L’ambiente interno di una scarpa da palestra, caldo e umido a causa del sudore, è il terreno di coltura ideale per batteri e funghi. Questi microrganismi non sono solo la causa dei cattivi odori, ma possono portare a problemi dermatologici come il piede d’atleta (tinea pedis) o infezioni batteriche. Le tecniche tradizionali, come l’uso di spray deodoranti, spesso si limitano a mascherare l’odore senza eliminare la causa alla radice. Lavare le scarpe in lavatrice, d’altra parte, è una pratica che sconsiglio vivamente: le alte temperature e l’azione meccanica possono deformare la tomaia e, soprattutto, danneggiare irrimediabilmente l’intersuola, compromettendo le proprietà ammortizzanti e di supporto della calzatura.

Qui entra in gioco la sanificazione a ozono. L’ozono (O3) è un gas naturale con un potentissimo potere ossidante. È in grado di distruggere la membrana cellulare di batteri, virus, funghi e muffe, eliminandoli efficacemente invece di coprirli. Il trattamento a ozono è un processo a secco, non invasivo, che penetra in ogni fibra e anfratto della scarpa senza bisogno di acqua o prodotti chimici. Questo lo rende ideale per materiali delicati e per preservare l’integrità strutturale della calzatura sportiva.

L’uso dell’ozono è particolarmente indicato in queste situazioni:

  • Dopo sessioni di allenamento molto intense: Quando la sudorazione è stata abbondante e si vuole prevenire la proliferazione batterica fin da subito.
  • In caso di odori persistenti: Se, nonostante l’asciugatura e la pulizia superficiale, l’odore non scompare, significa che la carica batterica è elevata e richiede un intervento radicale.
  • Per runner con problemi dermatologici ricorrenti: Chi soffre di micosi o infezioni ai piedi dovrebbe considerare la sanificazione regolare come parte della propria routine di igiene per ridurre il rischio di reinfezione.
  • Prima di riporre le scarpe per un lungo periodo: Sanificare le scarpe prima del cambio di stagione evita che muffe e batteri si sviluppino durante i mesi di inutilizzo.

Molte lavanderie specializzate e alcuni negozi di articoli sportivi offrono questo servizio a costi contenuti. Si tratta di un piccolo investimento per la salute del piede e per prolungare la vita “igienica” delle proprie scarpe, mantenendo un ambiente interno sano e sicuro.

Quando sostituire le scarpe da running per evitare danni alla postura?

Come abbiamo visto, il chilometraggio è un indicatore utile ma non assoluto per decidere quando mandare in pensione una scarpa. Il nostro corpo è un sensore molto più affidabile. Imparare ad ascoltarlo è la chiave per prevenire infortuni legati all’usura. Una scarpa “scarica” non solo perde ammortizzazione, ma anche stabilità e supporto. Questo costringe i piccoli muscoli del piede e della caviglia a un superlavoro per stabilizzare l’appoggio, portando ad affaticamento precoce e aumentando il rischio di distorsioni. A livello posturale, il corpo inizia a mettere in atto delle compensazioni per sopperire alla mancanza di supporto, che possono manifestarsi con dolori improvvisi e apparentemente immotivati.

Un test empirico ma efficace consiste nel premere con il pollice sull’intersuola: se questa risulta dura, poco cedevole e piena di piccole pieghe e grinze permanenti, ha perso la sua capacità di assorbimento. Durante la corsa, ogni appoggio genera un carico che, come evidenziato da Decathlon, può essere pari a da 5 a 8 volte il proprio peso corporeo. Quando la scarpa non assorbe più questo carico, lo fa il nostro scheletro. La comparsa di nuovi dolori a ginocchia, anche o zona lombare dopo una corsa che prima non dava problemi è un segnale d’allarme inequivocabile: la scarpa ha smesso di fare il suo lavoro.

Prestate attenzione a questi segnali inequivocabili che indicano la fine del ciclo di vita della vostra calzatura:

  • Perdita di elasticità: La corsa sembra più “piatta” e faticosa, l’impatto con il suolo più secco e duro. L’intersuola, premuta con le dita, non ritorna più alla sua forma originale.
  • Comparsa di dolori: Dolori acuti o fastidi che prima non c’erano, localizzati non solo ai piedi ma anche a caviglie, ginocchia, anche o schiena, sono un campanello d’allarme.
  • Usura asimmetrica evidente: Appoggiando le scarpe su una superficie piana, si inclinano visibilmente da un lato. Questo indica il collasso della struttura di supporto e può peggiorare problemi di pronazione o supinazione.
  • Danni strutturali: Fori o strappi sulla tomaia, in particolare nella zona del tallone (conchiglia), compromettono la stabilità della calzata, permettendo al piede di muoversi eccessivamente.
  • Vesciche improvvise: Se iniziate a soffrire di vesciche con un paio di scarpe che non vi ha mai dato problemi, potrebbe significare che la calzata si è allentata a causa del cedimento strutturale.

Ignorare questi segnali significa correre consapevolmente verso un infortunio. Una scarpa nuova è un investimento sulla propria salute posturale a lungo termine.

Come scegliere vestiti che bloccano il sole per fare sport all’aperto?

La protezione durante l’attività sportiva all’aperto non riguarda solo il supporto biomeccanico, ma anche la difesa della nostra pelle dai danni dei raggi ultravioletti (UV). L’esposizione prolungata al sole durante una corsa, una partita a tennis o una lunga camminata aumenta significativamente il rischio di eritemi, invecchiamento precoce della pelle e, nei casi peggiori, di patologie più gravi. Mentre la crema solare è fondamentale, l’abbigliamento tecnico rappresenta la prima e più efficace barriera fisica contro le radiazioni UVA e UVB.

Non tutti i tessuti, però, proteggono allo stesso modo. La capacità di un indumento di bloccare i raggi UV è misurata dal suo UPF (Ultraviolet Protection Factor). Un tessuto con UPF 50, per esempio, lascia passare solo 1/50 dei raggi UV, bloccandone quindi il 98%. Per essere considerato protettivo, un capo dovrebbe avere un UPF di almeno 30. Diversi fattori contribuiscono a determinare il livello di UPF di un tessuto:

  • Trama del tessuto: Più la trama è fitta e compatta, minore è lo spazio attraverso cui i raggi possono penetrare. I tessuti sintetici come il poliestere e il nylon offrono generalmente una protezione superiore rispetto al cotone, la cui trama si allenta quando è bagnato.
  • Colore: I colori scuri o brillanti (nero, blu scuro, rosso) assorbono una maggiore quantità di raggi UV rispetto ai colori chiari (bianco, pastello), offrendo una protezione migliore.
  • Trattamenti specifici: Molti tessuti tecnici moderni sono trattati con sostanze chimiche che assorbono i raggi UV o con particelle di biossido di titanio o ossido di zinco (gli stessi ingredienti delle creme solari) integrate nelle fibre per aumentare il fattore di protezione.
  • Condizioni d’uso: Un tessuto bagnato o teso perde parte della sua capacità protettiva. È importante scegliere capi della taglia giusta che non si tirino eccessivamente durante il movimento.

Quando acquistate abbigliamento sportivo per l’estate, cercate sempre l’etichetta che indica il valore UPF. Scegliere magliette a maniche lunghe e pantaloni lunghi realizzati in tessuti leggeri, traspiranti e con un alto UPF è la strategia più intelligente per proteggersi durante le ore più calde, riducendo anche la necessità di applicare continuamente la crema solare sulle aree coperte.

Punti chiave da ricordare

  • La scelta della scarpa è una decisione medica: un appoggio sbagliato (pronazione/supinazione) è la causa principale di dolori a ginocchia e schiena.
  • L’usura è invisibile: una scarpa è “finita” quando la sua intersuola perde potere ammortizzante, non quando la tomaia si rovina. Correre con scarpe scariche equivale a subire micro-traumi a ogni passo.
  • Il contesto è tutto: terreni urbani irregolari come i sanpietrini richiedono massima ammortizzazione e stabilità, non semplice morbidezza.

Chunky bianche o multicolor: quale modello è più versatile per la vita a Milano?

Dopo aver analizzato in dettaglio gli aspetti tecnici e preventivi legati alla scarpa sportiva, è naturale chiedersi come questi principi si applichino alla vita di tutti i giorni, specialmente in un contesto urbano dinamico e attento allo stile come Milano. La domanda sulla versatilità di una sneaker “chunky” (con suola massiccia), bianca o colorata, trascende la semplice moda e tocca il cuore del nostro discorso: il compromesso tra estetica e salute biomeccanica.

La vita a Milano implica lunghe camminate su superfici dure, ore in piedi sui mezzi pubblici e un ritmo frenetico. Anche in un contesto non prettamente sportivo, il piede è sottoposto a uno stress costante. Le sneaker chunky, con la loro intersuola voluminosa, possono rappresentare un’ottima soluzione, a patto che la loro struttura rispetti i principi biomeccanici. Una suola alta, infatti, offre un’eccellente ammortizzazione, isolando il piede dagli impatti con l’asfalto e il pavé. Tuttavia, è fondamentale che non sia solo “gomma morta”: deve avere una buona reattività e una geometria che faciliti la rullata del passo, come una leggera forma “rocker”.

Dal punto di vista della versatilità stilistica, il modello bianco è indubbiamente un passe-partout. Si abbina facilmente a un look da ufficio informale, a un outfit per l’aperitivo o a un abbigliamento più casual per il weekend. La sua neutralità lo rende un pilastro del guardaroba urbano. Il modello multicolor, d’altro canto, pur essendo meno versatile, agisce come un “statement piece”, un elemento capace di definire un intero outfit e di comunicare una personalità più audace. La scelta dipende quindi dallo stile personale, ma dal punto di vista funzionale, entrambi i modelli possono essere validi se la costruzione della scarpa garantisce supporto all’arco plantare, stabilità torsionale e un’adeguata ammortizzazione. La vera versatilità, per un fisioterapista, è quella di una scarpa che ti permette di arrivare a fine giornata senza dolori.

Per applicare questi principi a ogni scelta, è essenziale integrare la logica biomeccanica anche nella vita quotidiana.

Valutare la scarpa giusta, che sia per una maratona o per attraversare la città, non è una questione di gusto, ma di consapevolezza. Eseguire una corretta autovalutazione del proprio appoggio e delle proprie necessità è il primo passo per trasformare un semplice acquisto in un investimento a lungo termine per la propria salute posturale.

Domande frequenti sulla scelta della scarpa da running

Qual è la differenza tra scarpe A3 e A4?

La classificazione si basa sul tipo di supporto offerto. Le scarpe A3 (o “Neutre”) sono destinate a chi ha un appoggio neutro o leggermente supinatore e offrono principalmente ammortizzazione. Le scarpe A4 (o “Stabili”) sono progettate per iperpronatori, ovvero per chi ha un’eccessiva rotazione del piede verso l’interno. Integrano supporti mediali (spesso a densità differenziata) per controllare questo movimento e guidare il piede verso un appoggio più corretto.

Quanto devono essere più grandi le scarpe da running?

La regola generale è scegliere una scarpa da running di circa mezzo o un numero in più rispetto alla propria scarpa di tutti i giorni. Durante la corsa, il piede tende a gonfiarsi e ad allungarsi. È fondamentale avere circa un centimetro di spazio tra la punta dell’alluce e la fine della scarpa per evitare urti, unghie nere e la formazione di vesciche dovute alla pressione.

Si possono lavare le scarpe da running in lavatrice?

È fortemente sconsigliato. Le alte temperature e l’azione meccanica della lavatrice possono danneggiare le colle, deformare la tomaia e, soprattutto, compromettere la struttura e le proprietà ammortizzanti dell’intersuola in EVA. La pulizia dovrebbe essere fatta a mano con una spazzola morbida, acqua tiepida e sapone neutro, lasciando poi asciugare le scarpe all’aria, lontano da fonti di calore dirette.

Scritto da Dott.ssa Giulia Romano, La Dott.ssa Giulia Romano è Medico Chirurgo specializzato in Dermatologia e Venereologia. Con 14 anni di pratica clinica, si occupa di acne, invecchiamento cutaneo e dermocosmesi. È consulente scientifica per laboratori cosmetici e divulgatrice per una corretta educazione alla salute della pelle.